15 LUG 2026
EAA 2026: cosa rischia davvero il vostro e-commerce
Il 28 giugno 2025 è passato in sordina, e proprio per questo fa più danni. Da quella data l’European Accessibility Act è una legge applicata anche in Italia, e tocca molti più e-commerce di quanti se ne siano accorti: se vendete online a dei consumatori, con ogni probabilità il vostro negozio deve essere usabile anche dalle persone con disabilità — non come cortesia, ma per obbligo, con sanzioni che il recepimento italiano fissa fino al 5% del fatturato. Niente panico e niente finta indifferenza: vediamo cosa rischia davvero il vostro e-commerce, chi resta fuori e cosa conviene fare adesso.
Che cos’è l’European Accessibility Act, in parole vostre.
L’European Accessibility Act (EAA) nasce dalla direttiva europea 2019/882, e l’idea è persino ovvia una volta detta. Un negozio fisico con tre gradini all’ingresso e nessuna rampa lascia fuori una parte dei clienti; un e-commerce con contrasti illeggibili, immagini senza descrizione e un checkout che non si completa da tastiera fa esattamente la stessa cosa, solo che non si vede. La norma chiede che i servizi digitali venduti ai consumatori siano usabili anche da chi ha una disabilità visiva, motoria o cognitiva.
In Italia la direttiva è stata recepita e si applica dal 28 giugno 2025. Lo standard di riferimento non è un’opinione: sono le WCAG 2.1 di livello AA, le stesse linee guida internazionali che i tecnici usano da anni. Non è una moda partita ieri, è un percorso cominciato nel 2019 e arrivato a scadenza adesso.
Direttiva (UE) 2019/882, il testo ufficiale su EUR-Lex →
Cosa rischia davvero il vostro e-commerce con l’European Accessibility Act.
Partiamo dai soldi, perché è la domanda vera. Il recepimento italiano prevede sanzioni fino al 5% del fatturato per i servizi non conformi: su un negozio che fattura 800.000 euro l’anno sono fino a 40.000 euro, più di quanto costi rifare il sito da zero. Non è un rischio teorico. In Francia, dove l’applicazione è partita prima, le prime cause verso i grandi rivenditori online sono già arrivate; in Italia la vigilanza è appena cominciata, e le prime segnalazioni sono una questione di mesi, non di anni.
Ma la sanzione è la parte che spaventa di più, non quella che pesa di più. Un e-commerce inaccessibile perde clienti ogni giorno, in silenzio, molto prima che arrivi un controllo. Pensate a chi ci vede poco e non riesce a leggere un grigio chiaro elegante, a chi naviga da telefono con una mano sola, a chi compila l’ordine da tastiera perché il mouse gli è scomodo: ogni barriera è un carrello abbandonato che nei vostri report non comparirà mai come «problema di accessibilità». Lo leggerete come «tasso di conversione basso», e darete la colpa al prezzo.
Siete obbligati? La regola delle microimprese.
La domanda che ci fanno tutti è «vale anche per me?». La risposta onesta è «quasi sempre sì, ma verificate». La norma guarda a chi vende beni o servizi ai consumatori a distanza. Esiste però un’esenzione per le microimprese che erogano servizi — meno di 10 persone e meno di 2 milioni di euro di fatturato annuo. L’esenzione è pensata per i servizi e il perimetro esatto va guardato caso per caso, non a occhio: nel dubbio, meglio una verifica di mezz’ora che una sanzione.
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Da dove si comincia: le quattro parole che contano.
Le WCAG 2.1 AA sembrano un muro di sigle, ma poggiano su quattro princìpi semplici, riassunti nell’acronimo POUR: un sito accessibile è percepibile, utilizzabile, comprensibile e robusto. Tradotto in pratica: testo che si legge anche con poca vista, tutto raggiungibile da tastiera, moduli con etichette chiare e messaggi d’errore che spiegano cosa fare, codice pulito che gli screen reader sanno leggere.
Tre settimane, dall’audit alla dichiarazione.
Un controllo automatico gratuito è il primo gradino: in un minuto vi dice se il sito ha già i problemi più evidenti — contrasti, etichette, struttura. Ma la conformità piena non si certifica con un punteggio: serve la verifica manuale (tastiera, screen reader, contenuti) e una dichiarazione di accessibilità pubblicata sul sito, il documento che la norma pretende. Senza dichiarazione, un sito tecnicamente accessibile resta comunque non a norma.
La buona notizia è che non è un lavoro infinito. Per un e-commerce di taglia media, dall’audit alle correzioni fino alla dichiarazione, sono in genere tre settimane. L’obbligo, preso per tempo, non è un costo a fondo perduto: è un sito che vende a più persone e che non teme la prima lettera del controllo.
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WCAG 2.1 AA, i criteri ufficiali del W3C →
Fonti.
Le cifre e le affermazioni di questo articolo vengono da qui. Sono prime fonti, non riassunti: apritele e verificate.
- Direttiva (UE) 2019/882 (EUR-Lex)Il testo ufficiale dell’European Accessibility Act: da qui nasce l’obbligo.
- AccessibleEU — Commissione europeaIl centro di competenza UE sull’accessibilità conferma l’entrata in vigore del 28 giugno 2025.
- WCAG 2.1 — W3CLo standard tecnico di riferimento (livello AA): i criteri con cui si misura la conformità.
- Guida EAA per il commercio online — Bird & BirdUno studio legale internazionale spiega perimetro, esenzioni e sanzioni per chi vende online.
Adeguamento EAA: audit, correzioni e dichiarazione in 3 settimane →
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