Dichiarazione di accessibilità: guida pratica 2026

16 LUG 2026

Dichiarazione di accessibilità: guida pratica 2026

Dichiarazione di accessibilità: il documento richiesto dall’European Accessibility Act, cosa deve contenere e dove pubblicarlo

C’è un documento di cui pochi parlano e che, dal 2025, molti siti devono avere: la dichiarazione di accessibilità. È la parte meno appariscente dell’adeguamento all’European Accessibility Act, e proprio per questo la più dimenticata — con una beffa dentro: un sito tecnicamente accessibile, ma senza dichiarazione pubblicata, resta comunque non a norma. In questa guida pratica vediamo cos’è la dichiarazione di accessibilità, cosa deve contenere per essere seria e non un copia-incolla, gli errori più comuni, e come si arriva a pubblicarla senza affidarsi a un punteggio automatico.

Cos’è la dichiarazione di accessibilità (e perché è obbligatoria).

La dichiarazione di accessibilità è un documento pubblico in cui il sito dichiara, in chiaro, quanto è accessibile: quale standard applica, cosa funziona, cosa non è ancora a posto e a chi scrivere per segnalare un problema. Non è un attestato che vi date da soli per bellezza: è il modo in cui la norma vi chiede di prendere una posizione verificabile davanti a chi usa il sito, comprese le persone con disabilità.

L’obbligo nasce dall’European Accessibility Act — la direttiva europea 2019/882 — applicato in Italia dal 28 giugno 2025 per molti siti che vendono beni o servizi ai consumatori. Lo standard tecnico di riferimento sono le WCAG 2.1 di livello AA. E qui sta il punto che sorprende di più: la conformità non si esaurisce nel rendere il sito accessibile, chiede anche di dichiararlo. Senza il documento, il lavoro tecnico non basta.

Cosa deve contenere: l’anatomia di una dichiarazione seria.

Il World Wide Web Consortium, l’ente che scrive gli standard del web, indica cosa una dichiarazione dovrebbe sempre avere — e mette a disposizione perfino un generatore gratuito. Tradotto in pratica, gli elementi che non possono mancare sono pochi e chiari.

aL’impegno all’accessibilità: una frase che dichiara che vi rivolgete anche alle persone con disabilità, non un preambolo di circostanza.
bLo standard applicato: quale livello WCAG (di norma 2.1 AA) avete preso come riferimento.
cLo stato di conformità: cosa è accessibile e — onestà — quali parti non lo sono ancora, senza nascondere i limiti.
dUn contatto per le segnalazioni: un indirizzo vero a cui una persona può scrivere se trova una barriera, con l’impegno a rispondere.
eLa data e l’aggiornamento: quando è stata redatta e revisionata, perché un sito cambia e la dichiarazione deve seguirlo.
L’anatomia di una dichiarazione di accessibilità: impegno, standard WCAG 2.1 AA, stato di conformità, parti non accessibili, contatto e data
I cinque elementi che una dichiarazione di accessibilità dovrebbe sempre avere: impegno, standard applicato, stato di conformità, parti non ancora accessibili e contatto per le segnalazioni, con data di redazione. Fonte: W3C/WAI, «Developing an Accessibility Statement».

Gli errori più comuni.

Le dichiarazioni che vediamo sbagliano quasi sempre negli stessi modi. Il primo: il copia-incolla scaricato da un altro sito, con dati che non c’entrano nulla — vale meno di niente, e in caso di controllo si nota subito. Il secondo: la dichiarazione «perfetta» che giura conformità totale mentre il sito è pieno di barriere, cioè una promessa che smentisce sé stessa alla prima prova. Il terzo: il gergo da avvocati e da tecnici, illeggibile per la persona a cui dovrebbe servire — «non soddisfa il criterio 1.2.2» invece di «i video non hanno i sottotitoli». Il quarto: nasconderla, così ben sepolta nel footer che nessuno la trova. Una dichiarazione onesta e imperfetta vale più di una perfetta e falsa.

Non basta un punteggio: la dichiarazione viene dopo l’audit.

C’è un equivoco da smontare: «ho passato il test automatico, sono a posto». No. Un controllo automatico gratuito è un ottimo primo gradino — in un minuto scova contrasti, etichette e struttura — ma intercetta circa un terzo dei criteri WCAG: quello che una macchina sa misurare. Il resto — navigazione da tastiera, esperienza con uno screen reader, chiarezza dei contenuti — si verifica solo a mano. Una dichiarazione seria si scrive dopo un audit vero, non incollando il numero di uno strumento.

Per questo l’ordine giusto è preciso: prima l’audit, automatico e manuale; poi le correzioni; poi la dichiarazione che racconta con onestà il risultato; infine una verifica finale. Chi vi vende la dichiarazione senza l’audit vi sta vendendo una cornice senza il quadro.

Come la prepariamo noi, in tre settimane.

Nel nostro servizio la dichiarazione non è un foglio a parte, è l’ultimo passo di un percorso. Settimana 1: audit automatico e manuale, con il perimetro esatto delle barriere. Settimana 2: correzioni — contrasti, etichette dei moduli, gerarchia dei titoli, navigazione da tastiera. Settimana 3: redazione e pubblicazione della dichiarazione di accessibilità, e un audit di verifica che conferma lo standard WCAG 2.1 AA a correzioni fatte. Prezzo chiuso dopo l’audit, data in contratto con penale, come per ogni nostro lavoro.

Se avete un e-commerce e volete capire prima cosa rischiate davvero — chi è obbligato, chi resta fuori, quali sanzioni — l’abbiamo raccontato a parte, senza allarmismi. La dichiarazione è il traguardo; ma il viaggio comincia dal sapere se, e quanto, l’obbligo vi riguarda.

Fonti.

Le cifre e le affermazioni di questo articolo vengono da qui. Sono prime fonti, non riassunti: apritele e verificate.

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